Listening to...

...in alphabetic order...

AA.VV.
"Heavy Metal Killers"

ALEPH
"Seven Steps of Stone"

AMOK
"Downhill Without Brakes"

BRAIN DEAD
"In the Deep of Vortex"

CORONER
"R.I.P."
"Punishment For Decadence"
"No More Color"
"Mental Vortex"
"Grin"

ENFORCER
"Into the Night"

EXENCE
"Hystrionic"

HEATHEN
"Victims of Deception"
"Breaking the Silence"
"Demo 2005"

HEXEN
"State of Insurgency"

HOUSE MASTER
"J.B."

MANILLA ROAD
"Mystification"
"Voyager"

NATIONAL SUICIDE
"The Old Family Is Still Alive..."

NEGLIGENCE
"Options of a Trapped Mind"

PITIFUL REIGN
"Visual Violence"

THRASH CLASH Vol. 1-2
"Taking Over VS Phantom Witch"
"Diamond Plate VS Oppression"

URTO
"Upside Down"

VENDETTA
"Go and Live...Stay and Die"
"Brain Damage"
"Hate"

lunedì, 29 giugno 2009

Recensione EXENCE

EXENCE - "Hystrionic"

Exence - HystrionicUn prodotto come "Hystrionic" mancava da molto nella nostra scena... attualmente, decisamente pochi lavori potrebbero fare concorrenza al debutto degli Exence, side project del noto chitarrista Federico Puleri, in forza ai blasonati power metallers Vision Divine. Band che segue le orme di quest'ultimo act italiano citato? Giammai, e lo avrete facilmente intuito dal primo paragone... qui ci troviamo di fronte ad una technical death metal band fatta e finita, una sorta di tributo del chitarrista (e dei compagni d'avventura, Massimiliano "Screamer" Pasquito alla voce, Mirko "BassBreaker" Serra al basso e Francesco "Breeze" Brizzi alla batteria, musicisti dalla tecnica sopraffina e dall'innato gusto nell'arrangiamento dei brani, N.d.P.) a Control Denied e Death che furono, sottolineata anche dall'omaggio nel brano "Dream of Wisdom" di estratti sonori estrapolati dai due capolavori indiscussi "The Sound of Perseverance" e "Symbolic". Già, una passione sfrenata per chi ha fatto la storia di questo genere estremo, ed è arrivato nell'ultimo periodo di composizione a sfruttare una profonda tecnica acquisita durante tutti gli anni passati sul campo per creare delle perle irraggiungibili, pur in tutta la loro semplicità e devozione dichiarata all'heavy più classico ed intransigente, seppur tecnico e ricercato.
Gli Exence creano a loro volta una perla, un piccola perla che va ad inserirsi nell'immenso panorama musicale, che non potrà e non dovrà essere messa in disparte e non considerata da addetti del settore e dal pubblico... le 10 tracce contenute nel debutto del progetto, che ci accompagnano per la bellezza di 52 minuti, alternano momenti ragionati a vere e proprie sfuriate nella miglior tradizione death tecnica, senza mai sforare negli estremismi del genere, e mantenendosi nell'ottica di band sempre troppo sottovalutate e poste in secondo piano come la coppia d'oro canadese, Quo Vadis o Martyr, i neonati Obscura (che vanno però ad esplorare lidi più "cruenti"), quindi tutte band death che fanno della melodia, oltre che della tecnica e della velocità, l'arma per uscire dall'anonimato.
Si parte con la sfuriata di "We Will Never", dove cominciano sin da subito ad affiorare gli echi ed i rimandi ai fasti di "The Sound of Perseverance", con un'alternanza di riff davvero micidiale e variegata; "In Eternal Dynamics" e "Shaman" proseguono il concetto sviluppato ed introdotto in precedenza, andando ad inoltrarsi nei meandri della tecnica e della armonizzazione, riuscendo ancora una volta a spiazzare con repentini quanto inaspettati cambi di tempo e dinamica. "When Words Are Loose" mischia frammenti di un passato che fu (con un occhio di riguardo al power thrash) alla moderna concezione di thrash, come ci hanno abituato Nevermore e surrogati, mentre la seguente "Fix From The Ground" gioca molto su intricate tempistiche e finisce per sfociare in "In Loving Memory", parentesi acustica che rilassa e seduce con la sua malinconia mascherata in musica. "Primal Mystic Substance" spezza questo pacato interludio, con furia e violenza che vengono ribadite a gran voce anche in "Dream Of Wisdom", che come già introdotto in precedenza vede gli inserti di brani come "Symbolic" e "Flesh And The Power It Holds". Gran finale con "Symbolic Act" ed "Overhate Threshold", che nulla aggiungono e nulla inventano, ma ancora una volta trattengono l'attenzione per la varietà di soluzioni applicate e l'esecuzione impeccabile.
Difficile consigliare un brano piuttosto che un altro, essendo un tutt'uno sviluppato in sequenza, senza nulla lasciato al caso ed in "eterna dinamica", per citare gli stessi Exence... Inutile sottolineare come il tutto sia arricchito da un gioco di chitarra, basso e batteria che punta molto alla dimensione solista. Una produzione al passo coi tempi, suoni corposi e nello stesso tempo vellutati, come i tappeti di note che vanno a caratterizzare le innumerevoli partiture soliste presenti all'interno di "Hystrionic"; insomma, un lavoro veramente con i fiocchi!
Se non amate le band citate in apertura di recensione, se credete che il death metal non debba sfociare in "visioni melodiche" della proposta, allora gli Exence non fanno per voi... ma credetemi, un ascolto è dovuto, di prodotti come questo ne escono veramente pochi, facilmente contabili sulle dita di una mano, soprattutto in un paese come il nostro, ancorato a pochi stili e pochi nomi noti, e sempre poco propenso a premiare il prodotto di casa, andando a garantire il successo di band estere che molte volte non valgono nemmeno la metà di troppe formazioni dello stivale... Supporto totale!!!

TRACKLIST:
  1. We Will Never
  2. In Eternal Dynamics
  3. Shaman
  4. When Words Are Loose
  5. Fix From The Ground
  6. In Loving Memory
  7. Primal Mystic Substance
  8. Dream Of Wisdom
  9. Symbolic Act
  10. Overhate Threshold
8/10

postato da: PaulThrash alle ore 08:43 | link | commenti (2)
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Recensione NASTY TENDENCY

NASTY TENDENCY - "Wild And Nasty"

Nasty Tendency - Wild And NastyAltro colpo per My Graveyard Productions, che non si fa scappare molte succulente novità in ambito heavy metal italico... eccolo presentarci una nuova scoperta, i Nasty Tendency, quartetto che fa dell'heavy europeo e dello US Metal la propria bandiera e ragione di vita! Non dimentichiamoci che il tutto è servito su un piatto d'argento dall'ugola della vocalist Nikky Nails, e già echi e rimandi a figure femminili di spicco della scena heavy internazionale non esitano a transitare per l'anticamera del cervello, e credo possa essere la visione d'insieme che chiunque ne ricaverebbe...
Non c'è via di scampo, o si è amanti delle sonorità sopracitate, o poco potrà interessarvi questo "Wild And Nasty"; una sorta di tributo al metal, rivisitato e fatto proprio dal quartetto, che in un linguaggio personale strettamente legato a trame sonore di un'altra epoca (ed ormai un'altra dimensione) ci accompagna per 45 minuti di viaggio indietro nel tempo, con 12 brani che non si mettono in luce per l'approccio violento (sembra di moda, attualmente, il pensiero che solo velocità ed aggressività possano rendere un brano veramente appetibile... niente di più falso! N.d.P.), ma viaggiano sui binari del rock 'n roll più intransigente, ostentando un amore per la canzone diretta senza fronzoli, ma comunque molto melodica.
I Nasty Tendency non si lasciano sfuggire l'occasione di presentare un prodotto coi fiocchi, e dopo l'ottima registrazione presso i Convolution Studio Recording di Alex Bounty, non esitano a terminare il mastering presso i Sonic Train Studios di Andy LaRoque, per il quale poco servono le classiche presentazioni di rito...
C'è un filo invisibile che collega tutte le composizioni, e lo stile varia in minima parte fra un brano e l'altro; per alcuni ciò può essere visto come una pecca, per altri è sintomo di coerenza con la propria proposta e la propria "immagine"... personalmente mi posizionerei fra le due opzioni, vista l'importanza che assume attualmente la capacità di non fermarsi su determinati stilemi per distinguersi dalle altre formazioni, in un'epoca di "revival" come quella che stiamo vivendo.
Gli episodi che caratterizzano "Wild and Nasty" possono essere condensati in poche ma inquadrate parole; si parte con l'opener "Better Mad Than Dead", incalzante e sin da subito improntata a dichiarare le intenzioni del quintetto, "Into the Fire", molto NWOBHM nella concezione, la hard rockeggiante "Sweet Baby Runnin' Wild", dal refrain che con buona probabilità si stamperà in testa dopo pochi ascolti... si prosegue con "Hunter of Vampires", che lascia l'aroma degli Accept più tradizionali, "Devils on the Streets", in pieno stile Guns 'N Roses, "Spiders" dalle trame molto in your face (a parere di chi scrive, il brano migliore del lotto, N.d.P.), "Fight to Survive", un titolo piuttosto diretto per uno degli episodi più "spensierati" e rock. Concepita in veste di mid tempo, "Like a Nightmare" spezza quel filo conduttore di cui si è parlato in precedenza, con la successiva "I Don't Care" che riporta il tutto velocemente sulla retta via. Il trittico finale, costituito da "Sleazin' in the City", "When Heaven Comes Down" e "Desire", serve a ribadire quanto tracciato sinora, introducendo tutte le peculiarità sopracitate e creando la summa del discorso musicale targato Nasty Tendency".
Un'attitudine al limite del glam affiora qua e là fra le righe, così come c'è un'anima rock 'n roll dietro le partiture soliste di Luke Nasty Kidd, sempre pulito nell'esecuzione e ritmicamente capace di sostenere in solitaria tutta la durata di "Wild and Nasty", senza far rimpiangere una seconda chitarra o fiumi di armonizzazioni che difficilmente si sarebbero potute riproporre dal vivo, perdendo in impatto e potenza.
Un parere soggettivo mi induce a sottolineare come certe ritmiche più "spinte" (soprattutto per quanto concerne la batteria di Johnny Curly) avrebbero giovato ad un impatto maggiore, certamente richiamando un maggior numero di accoliti; forse proprio questa "mancanza" del cd porta a farmi ritenere che lo stesso fatichi a decollare, ma evidentemente i Nasty Tendency si trovano a proprio agio in questi lidi, e ribadisco la non oggettività del commento.
Dopo la New Wave Of Italian Thrash Metal, molte sono le formazioni heavy metal della nostra penisola che fanno ben sperare per il futuro del genere così com'è stato concepito anni or sono... di certo anche i Nasty Tendency, proseguendo con la coerenza che contraddistingue il progetto, potranno essere inseriti all'interno della New Wave Of Italian Heavy Metal; aspetto sviluppi futuri, e nel frattempo vi invito a supportare questa realtà!

TRACKLIST:
  1. Better Mad Than Dead
  2. Into the Fire
  3. Sweet Baby Runnin' Wild
  4. Hunter of Vampires
  5. Devils on the Streets
  6. Spiders
  7. Fight to Survive
  8. Like a Nightmare
  9. I Don't Care
  10. Sleazin' in the City
  11. When Heaven Comes Down
  12. Desire
7/10

Link d'interesse: http://www.myspace.com/nastytendency
postato da: PaulThrash alle ore 08:41 | link | commenti
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giovedì, 11 giugno 2009

Recensione URTO

URTO - "Upside Down"

Urto - Upside Down
Chi ancora è dubbioso sul futuro del thrash metal italico potrà mettere da parte la sua titubanza, ed esultare, perché stiamo veramente assistendo ad un ritorno in grande stile di questo genere anche nella nostra penisola. Forse campanilisticamente, ma con cognizione di causa, mi viene inoltre da sottolineare come non sia una moda passeggera, come non sia necessariamente un seguire il trend del momento che invade il mondo metal, ma sia solo ed esclusivamente il frutto di una passione che è rimasta molto sottovalutata sino ad ora e messa da parte... ma per fortuna, ladies & gentlemen, ecco a voi la nascita della NWOITM!!! Ebbene sì, sono a decine i gruppi veramente validi ormai sulla scena, e non si può più tacere o far finta di nulla: è nata la New Wave Of Italian Thrash Metal, e gli Urto, con il nuovissimo "Upside Down" licenziato dalla Punishment 18 Records, ne entrano di diritto a far parte, e si collocano sin da subito ai piani più alti della classifica! La nuova fatica del quintetto siculo esce dopo mille peripezie, un secondo posto ad una passata edizione del Metal Battle per la partecipazione al W:O:A:, l'inserimento di un brano nella colonna sonora del Dvd documentario sulla storia del nostro genere preferito, "Get Thrashed", ed una lunga attesa, durata la bellezza di 6 anni; e se già si poteva parlare di grandissimo debutto con l'Ep "Numbers", qui si oltrepassa di gran lunga la seppur meritevole prova datata 2003, non esclusivamente a livello di registrazione, ma anche per quanto concerne songwriting ed esecuzione strumentale.
Mimmo Saladino e soci ci accompagnano per 45 minuti di puro thrash metal devoto completamente alla Bay Area, riproponendo un solo brano dal passato ("The Second Coming", composizione basata sulle liriche dell'omonima poesia di W. B. Yeats), ancora una volta con soli 7 brani con una media di 6minuti cadauno, ma senza mai annoiare, senza mai registrare un calo di tensione o carenza compositiva, e questo rende il platter ancor più appetitoso. La band mostra la propria perizia tecnica senza voler per forza di cose esagerare, e a passaggi alquanto cadenzati e contraddistinti da tempistiche contorte, si vengono affiancando vere e proprie sfuriate, nella miglior tradizione imposta da mostri sacri come Heathen, Forbidden, Megadeth, Annihilator, Dark Angel, solo per ricordare la vena più tecnica, senza mai dimenticare l'immediatezza di Metallica, Anthrax, e perché no, anche Slayer... parliamoci chiaro, qui ci saranno sì soluzioni che in un modo o nell'altro hanno già visto la luce, ma di certo la personalità ed il riuscire a stravolgere gli schemi hanno partita vinta su tutti i fronti, fornendoci una prova da veri maestri. E non sto esagerando.
Intro in crescendo che ha un forte sapore di Metallica, per partire con una classica bordata in stile Urto dal titolo "The Dilemma Remains" (sentire per credere "Numbers", per notare la continuità stilistica del brano, N.d.P.); "Remote Control Seizure" lascia spiazzati con una trama di chitarre ed una sezione d'accompagnamento debitrici dei migliori Annihilator, per sfociare in un rifferama che renderebbe orgogliosi i grandiosi Heathen di "Victims of Deception". Anche "Free Will State of Health" mostra immediatamente un debito nei confronti del movimento techno thrash della fine degli anni '80, con un incedere che potrebbe benissimo richiamare i migliori Artillery, e stesso discorso si può fare per la successiva "Mind - Forged Manacles", a cavallo fra Forbidden e Dark Angel, un'apoteosi di riff che si susseguono a velocità vorticosa. La riproposta "The Second Coming", che non sembra presentare differenze rispetto alla precedente versione, spezza il prodotto e lascia alle conclusive "The World Upside Down" e "Requiem for Brainwork" il compito di chiudere il discorso intrapreso, ed ancora una volta non c'è nulla lasciato al caso, con ritmiche intricate ed una esecuzione pulita e precisa che non lascia scampo.
Inutile sottolineare le innumerevoli parti soliste degne di nota presenti nell'intero lotto, mai invasive ma sempre al posto giusto nel momento giusto, senza ostentare troppa perizia tecnica e facendo del pathos l'arma vincente.
Buttarsi a capofitto nell'ascolto di quest'album è cosa buona e giusta, e sono sicuro che in pochi ne potranno rimanere delusi; certo, inutile cercare innovazione, ma se siete amanti di queste sonorità e sapete cogliere i particolari che rendono unica ogni band di una certa caratura, allora sarà facile inquadrare gli Urto come una delle migliori esternazioni degli ultimi anni a livello thrash metal, per quanto riguarda la nostra nazione. Speriamo che il supporto dell'etichetta, ed il fondamentale passaparola che sta alla base del successo di ogni formazione degna di nota, possano elevarla al rango che si merita di diritto, per le capacità che dimostra sul campo... supporto più che totale!!!

TRACKLIST:
  1. The Dilemma Remains
  2. Remote Control Seizure
  3. Free Will State of Health
  4. Mind - Forged Manacles
  5. The Second Coming
  6. The World Upside Down
  7. Requiem for Brainwork
9/10

Link d'interesse: http://www.myspace.com/urtoband
postato da: PaulThrash alle ore 19:06 | link | commenti
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Recensione HUMAN DIRGE

HUMAN DIRGE - "Seventy Times Seven"

Human Dirge - Seventy Times SevenNuova alla scena metal italica, l'entità Human Dirge vede la nascita nel 2006, e tra il 2008 ed il 2009 pubblica due demo, "Embryo" (2008) ed il qui presente "Seventy Times Seven". Per particolari riguardo la storia della band, vi rimando al loro sito ufficiale, che è ben fatto e presenta tutte le informazioni di cui potete necessitare per conoscere meglio il percorso musicale dei nostri, che si mostrano sin da subito ben disposti all'underground ed alle composizioni inedite.
Il quintetto riversa la propria rabbia e la propria passione nei tre brani qui offerti, e dimostra una maturità decisamente già raggiunta in soli 14 minuti e poco più di proposta, compito davvero non facile se si considerano i prodotti attualmente disponibili sul mercato discografico e altamente competitivi.
Il giovane combo decide di seguire le orme tracciate dai Nevermore, fornendoci una prova che ricalca il concetto di songwriting della rinomata band americana; forti di un cantante che risponde al nome di John Balla, capace d'essere teatrale e potente come il più famoso Warrel Dane (certo non allo stesso livello, ma sulla buona strada per giungere ai fasti del più famoso frontman, N.d.P.), gli Human Dirge svolgono il compito con perizia, e ci regalano emozioni durante il "viaggio".
Forse un nome azzardato, ma per chi conosce gli Exhorder, il sottoscritto vi ha trovato molti termini di paragone, in primis la forte necessità di inserti doom che compaiono per tutta la durata della demo, ben congegnati e ben sviluppati, strettamente legati alle sonorità e scelte stilistiche tipiche di quel gran disco che risponde al nome di "The Law", e non riesco tutt'ora a spiegarmi come non abbia avuto il successo di album ben più blasonati come "Cowboys From Hell" dei connazionali Pantera (ascoltare per credere, e notare la potenza di entrambe i prodotti)... divagazione chiusa, di certo esclusivamente un pensiero più che soggettivo e personale; mi perdoni la band, è ora di passare a parlare del presente, il presente targato Human Dirge!!!
La demo si apre con "Unclean Alb", dove il termine di paragone con Nevermore and Co. è più che azzeccato; non lasciatevi ingannare, passa poco meno di un minuto, e sembra quasi di essere catapultati in un disco dei Candlemass di ultima generazione, struttura riproposta una seconda volta prima di lasciare spazio a "No One Can Decide", classico incedere death americano, floridiano per intenderci, sullo stile dei rinomati Obituary, intercalato da cupi intrecci di chitarra. Si giunge alla conclusione, con "The World of Flesh" che si presenta come compendio di quanto detto in precedenza, lasciando piacevolmente soddisfatti al termine dell'ascolto.
La sezione ritmica, ovvero Giulia Cavallo al basso e Danilo Privitera alla batteria, fornisce un apporto più che fondamentale alla buona riuscita del lavoro, con soluzioni adatte per ogni situazione e la capacità (oltre che umiltà, troppo spesso dimenticata oggigiorno) di limitarsi al proprio "dovere", senza voler per forza strafare snaturando la fuoriuscita.
Spiace sempre non poter dire molto di più su formazioni esordienti e valide come gli Human Dirge, ma tre soli brani, come già sottolineato, sono pochi per poter dare una vasta visione del percorso musicale di una band; sono convinto che il prossimo step, se i membri si riterranno pronti, potrà essere facilmente un full length, considerata l'ottima impressione che stanno riscuotendo negli spazi web dedicati al settore. Quindi non resta che rimboccarsi le maniche, e buttarsi a capofitto nella stesura dei brani... supporto totale!!!

TRACKLIST:
  1. Unclean Alb
  2. No One Can Decide
  3. The World of Flesh
7,5/10

postato da: PaulThrash alle ore 19:04 | link | commenti
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Recensione BUD TRIBE

BUD TRIBE - "Roll The Bone"

Bud Tribe - Roll the BoneTornano a calcare palchi, a distanza di anni, i Bud Tribe di Bud Ancillotti, nome noto ai più per le prove vocali legate alla rinata Strana Officina; il corpulento cantante toscano ritorna accompagnato dal fratello Bid al basso, da Leo alla chitarra e Dario alla batteria, per regalarci nuove emozioni sonore... e prima ancora della dimensione live, qui interessa focalizzare l'attenzione sul nuovo capitolo discografico, "Roll the Bone", che segue il debutto "On the Warpath" del 1998. Anche questo side project, che comunque rimane una band a tutto tondo con una propria personalità, passa sotto l'egida della My Graveyard Productions, che decide di dare man forte ad uno dei rappresentanti di punta rimasti di quella che fu la nostra NWOIHM (New Wave Of Italian Heavy Metal), e sta rivivendo proprio in questo periodo una seconda giovinezza con il ritorno di tanti nomi in voga degli anni '80 made in Italy. Pura operazione commerciale? Non credo proprio, non ci sarebbero i presupposti, e con ogni probabilità si sarebbe assistito a produzioni fini a sé stesse e povere d'idee, l'esatto contrario di quel che è avvenuto... allora tentativo di cavalcare l'onda del successo del "reunion time"? Ai posteri l'ardua sentenza, sta di fatto che agli amanti dell'heavy classico ed intransigente (come il sottoscritto) poco importerà.
I Bud Tribe tornano, e invece di ricalcare a piè pari le orme hard rock che li avevano contraddistinti, si gettano a capofitto nel calderone heavy metal, sfornando un album di tutto rispetto molto più compatto e diretto del precedente.
Lavoro piuttosto corposo, con 10 brani più intro per un totale di quasi 53 minuti; una produzione cristallina all'altezza delle attuali, che poco ha da invidiare ad altre scelte sonore moderne, ovviamente fermo restando che la posizione può variare da ascoltatore ad ascoltatore. Di certo gli amanti degli anni '80 non rimarranno delusi dal risultato!
Introduzione affidata a "Forsaken World", breve strumentale caratterizzata da una litania che si rifà ai canti dei nativi americani, a cui segue a ruota la titletrack, nel più classico arrangiamento legato alla NWOBHM, e una grande propensione alla classe heavy metal made in Usa. Segue una "Holy War" dal forte sapore hard rock, sottolineato dal break solista che molto ricorda i nomi più blasonati della scena internazionale, che lascia spazio alla suite "Mother's Cry" (8minuti e mezzo suddivisi in tre parti, "Promenade", "Nature's Song", "The Higher You Fly...", "Mother's Cry", "Flight of Icarus"); una chitarra acustica dal forte sapore madrigale scandisce la prima parte del mini concept, per ritornare dopo un breve lasso di tempo al leit motiv metallico dell'album, senza farci mancare un sognante intermezzo e rigettarsi in rifferama prettamente heavy. Giusto il tempo di propinarci la strumentale "Gates of Hades", per poi passare al giusto compromesso fra tempistiche cadenzate e rock 'n roll di "Face the Devil": la successiva "Ghost Dance" richiama alla mente i primi lavoro del folletto Ronnie James Dio, e non sfigurerebbe in un suo album, seppur forse sia il brano più immediato e meno "innovativo" del lotto(mi si perdoni un termine poco consono per una recensione di un disco di heavy classico, N.d.P.). "Breaking The Spell" è la classica ballad hard rock dalle forti tinte malinconiche, dopo la quale ritroviamo "Starrider", che già aveva fatto parte di uno split con L'Impero delle Ombre uscito lo scorso 2008 per la Jolly Roger Records, pronta a ricordare cosa suonano i Bud Tribe! Si conclude il tutto con il classico della Strana Officina "Non Sei Normale" ed il tributo "Non Finirà Mai" ad una band sfortunata (il disco, ricordiamolo, è dedicato alla memoria dello storico chitarrista di Strana Officina / Bud Tribe Marcellino Masi, scomparso prematuramente...), che come "Starrider" presentano cantato in italiano, a suggellare la musicalità anche della nostra lingua...
Consigliato a tutti gli strenui defender, che hanno fatto del supporto alla scena italiana la propria ragione di vita, e anche a chi ha voglia di riscoprire una musica ormai datata, ma sempre fresca e capace comunque di scatenare nell'animo passione e irrefrenabile voglia di scatenarsi!!!

TRACKLIST:
  1. Forsaken World
  2. Roll the Bone
  3. Holy War
  4. Mother's Cry
  5. Gates of Hades
  6. Face the Devil
  7. Ghost Dance
  8. Breaking the Spell
  9. Starrider
  10. Non Sei Normale
  11. Non Finirà Mai
7,5/10

postato da: PaulThrash alle ore 19:02 | link | commenti
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Recensione NATIONAL SUICIDE

NATIONAL SUICIDE - "The Old Family Is Still Alive"

National Suicide - The Old Family is Still AliveVoce del verbo thrash, prettamente old school: National Suicide... ebbene sì, a quasi due anni di distanza dal promo dal medesimo titolo, ecco finalmente l'esordio discografico dell'italianissimo quintetto con base in Trentino, che non solo ha infiammato i cuori di moltissimi appassionati della nostra penisola, ma ha riscontrato numerosi consensi anche in Europa ed oltre oceano, con quel sapore di grezzo e di vecchio che contraddistingue tutti i brani di questo debutto discografico.
Ci hanno messo del tempo, ma è valsa la pena aspettare: il prodotto è ben presentato, soprattutto dal punto di vista musicale (molto old style, ma nel contempo piuttosto vincente il master finale); la cover artwork è un lavoro discutibile, può piacere ma c'è sicuramente di meglio... ciò non toglie che non è quel tipo di contenuto che interessa all'ascoltatore.
La formazione è la medesima del demo, mentre attualmente si è verificato un avvicendamento dietro alle pelli; la tecnica, seppur gli stessi National Suicide non sembrano farci troppo caso, è al di sopra della media, ed è doveroso far notare ancora una volta come la lead guitar della band sappia coniare piccole perle soliste senza scadere nel pacchiano o nel monotono.
Possiamo parlare di pathos? Non credo sia la definizione più corretta... di certo metal grintoso, con le palle! Si sentono troppi clichè dei fantastici anni '80? Non è di certo la cosa importante... fieri di essere "obsoleti" (se i ragazzi me lo consentono, N.d.P.), e fieri di riproporre quello che piace, senza dover per forza uscire dal seminato ed esplorare nuovi orizzonti musicali.
L'album in questione vede la presenza di 9 brani, di cui 4 già presenti nel promo del 2007 (di cui potete trovare la recensione nel database di Comometal, N.d.P.), per un totale di 37 minuti di musica, in linea con le produzioni del genere investigato; niente ballate, solo classiche sferzate thrash ed una forte attitudine al mid tempo, nonché mosh-dipendenza. E' bene riferirsi anche alle liriche, considerato che chi tiene molto a questo lato compositivo vorrà essere informato delle tematiche trattate: diciamo che titoli come "Nu Posers Don't Scare Anyone" o "Let Me See Your Pogo" non lasciano molto spazio all'immaginazione, e se siete d'accordo bene, altrimenti poco importa, perchè questa è e rimane la visione della band.
Vorrei spendere qualche parola per i brani più recenti, mentre per "National Suicide", "Into the Clubhouse", "Sucks 'N' Artillery" e "This is a Raid" vi rimando alla passata recensione (NATIONAL SUICIDE - The Old Family is Still Alive... [Promo]), in quanto le composizioni non hanno subito variazioni, se non a livello di qualità audio. Canzoni in your face, semplici nella concezione ma dannatamente efficaci nell'imprimersi in testa; come "Nu Posers Don't Scare Anyone", intro a la Overkill e via con le danze, che tra un rimando ai Forbidden ed uno agli Anthrax degli albori, lascia spazio alla titletrack dell'album, classico mid tempo con chiari riferimenti allo US Power che fu (e che è tutt'ora, grazie ai soliti nomi noti ed una folta schiera di nuovi adepti). "Let Me See Your Pogo" ritorna a spingere sull'acceleratore, a differenza di "Wanted", che strizza l'occhio ad un ramo del genere più scanzonato, quasi al limite dell'hardcore; rimane da menzionare "Please Welcome... My Friends!", un'ulteriore bordata ancora debitrice della Bay Area, e mi sovvengono nomi quali Whiplash e Defiance.
Indubbie sono le radici, indubbie sono le similarità con le band citate, Overkill su tutti; e seppur con uno stile ed una capacità inferiore, la voce del singer Mini ricorda fortemente il noto vocalist di quest'ultimi, quantomeno nell'approccio all'utilizzo della propria ugola, oltre al sempreverde Steve Zetro Sousa dalla voce acida e carica di rabbia, pronta ad essere urlata attraverso il microfono.
Il nome National Suicide ha varcato i confini della nostra penisola, ed è facile leggere di loro nei vari forum, internazionali o meno, che costellano l'universo metallico della rete; di certo questa fama non è dovuta esclusivamente a pubblicità e passaparola, ma anche e soprattutto alle potenzialità del quintetto, che forte delle proprie convinzioni si è fatto alfiere di un genere saturo di soluzioni musicali, ma non per forza morto come molti lo vorrebbero... vedremo a distanza di qualche mese quale sarà stata la risposta del pubblico; per ora, decisamente promossi!

TRACKLIST:
  1. National Suicide
  2. Nu Posers Don't Scare Anyone
  3. The Old Family Is Still Alive
  4. Let Me See Your Pogo
  5. Wanted
  6. Into the Clubhouse
  7. Please Welcome... My Friends!
  8. Sucks 'N' Artillery
  9. This is a Raid
8/10

Link d'interesse: http://www.myspace.com/nationalsuicide
postato da: PaulThrash alle ore 19:00 | link | commenti
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Recensione METHEDRAS

METHEDRAS - "Katarsis"

Methedras - KatarsisFinalmente anche i "veterani" thrash metallers (questa volta non old school) Methedras giungono al traguardo del terzo album, per il quale si è concretizzata la collaborazione con una etichetta, in questo caso indipendente ed italiana, per la produzione del fresco ed intenso "Katarsis", che segue a ruota il debut "Recursive" ed il seguito "The Worst Within", capitoli più poveri a livello di produzione, ma sin da subito attenti ed indirizzati ad un determinato modo di comporre. Già, perché seppur il songwriting sia maturato, così come indubitabilmente le capacità tecniche dei membri (anche a fronte di cambi di line up, che hanno visito l'alternarsi di alcuni elementi alla chitarra e dietro le pelli), l'attitudine è rimasta la medesima, l'impronta sempre la stessa, e l'impostazione dei brani basata ancora sulle scelte che avevano già reso vincenti i predecessori in studio.
Ancora una volta, l'occhio attento della Punishment 18 Records mette a segno un buonissimo colpo, con una band che ha fatto dell'underground italico il proprio terreno di gioco, ma avrebbe le carte in regola per assurgere a posizioni ben più ambite.
Inutile soffermarsi sulla biografia di tutto rispetto, che certamente molti già conosceranno, mentre tutti gli altri potranno leggere con facilità sui siti della band, per poter passare immediatamente ad inquadrare la dimensione musicale; un lavoro corposo, che ha tenuto impegnato il combo per più di 3 anni nella stesura dei brani, senza contare i tempi occorsi per vedere il lavoro ultimato e finalmente "libero" di introdursi nel fitto mercato attuale, pieno di prodotti validi così come di prodotti inutili o comunque evitabili. Nuova dimensione connessa alla registrazione, effettuata presso i Fear Studio di Ravenna, tempo ben speso che ha lasciato i suoi considerevoli frutti.
10 brani, per 41 minuti di thrash metal sì, ma molto moderno nella concezione e nella stesura dello scheletro costitutivo. Se un tempo potevamo accostare il quintetto meneghino a pochi nomi della scena internazionale, come i primi Machine Head (o gli attuali, se si considera il ritorno ai fasti che furono proprio nel 2008) piuttosto che i veterani Fear Factory, attualmente il filone si è ingrossato, con la scalata ai vertici di Nevermore ed affini, che hanno rivoluzionato (distorto per alcuni) il concetto del genere. Ora lo stile dei nostri ha assunto posizioni ben più elevate nella scala di gradimento pubblico; provate solo a pensare a tutte le bands modern thrash che etichette major come Nuclear Blast, Relapse o Massacre stanno producendo a spron battuto, ed inserite fra di loro i Methedras, di certo non sfigureranno!
"Circle of Fire" apre in modo ragionato il platter, creando suspense prima della subitanea dichiarazione di violenza che arriva con "T.D.K.M."; "Civil War", già presente nella seconda compilation promozionale della P18R, ci riporta indietro nel tempo, creando il collante con le passate produzioni della band, sicuramente uno dei brani vincenti di "Katarsis". Anche le note di "Flag of Lie" erano familiari grazie alla compilation sopraccitata, e la canzone presenta l'incedere di un mid tempo, convincente e vario, con soluzioni capaci anche di spiazzare l'ascoltatore, seguita dall'inquadrata "Slave Your Mind" e dalla lenta "On My Knees", che facilmente vi rimanderà ai Pantera degli anni '90, con una partitura solista da far accapponare la pelle. La titletrack risente della produzione di death metal nordico dell'ultima decade, e lascia spazio a "Mass Control", che non farebbe fatica ad essere inserita fra le perle di album come "Heartwork" dei redivivi, ma pur sempre leggendari Carcass, con quelle melodie mai banali che si susseguono per tutta la durata del pezzo; il discorso non cambia una virgola con "Betrayed Again", mentre la conclusiva "Nightmares", con la partecipazione vocale di Lady Godiva, esplora lande alternative e prende le distanze dallo stile della band.
Non nascondo, da un punto di vista prettamente soggettivo, di sentire la mancanza di inserti al limite del "thrash 'n roll" (prendete "Recursive", ed ascoltate "Rot 'n Roll", oppure prendete "The Worst Within", ed ascoltate il brano "Flash Over", per capire il senso del riferimento); lo stesso vale per certi riff veramente immediati, ma molto convincenti e soprattutto facilmente assimilabili, che non trovano più lo spazio di un tempo... ma ciò è normale nel percorso evolutivo di un cammino musicale. La maturazione è decisamente distinguibile, e di conseguenza il songwriting tende ad uniformarsi ed a farsi più omogeneo, come a voler ricreare una dimensione dichiaratamente Methedras, e ciò non può che giovare, considerato che il carattere di una formazione si misura in funzione della personalità che traspare dai brani.
Per chi non può far a meno di ricorrere a paragoni, la voce di Claudio Facheris ricorda molto il Chuck Billy odierno, "The Gathering" su tutti gli album, ma la versatilità del vocalist è di certo superiore a quella del più blasonato frontman, e la rabbia urlata nel microfono riscalderà gli animi irrequieti di molti amanti del genere...
Che dire d'altro? Bravi Methedras, ancora una volta avete fatto centro!!!

TRACKLIST:
  1. Circle of Fire
  2. T.D.K.M.
  3. Civil War
  4. Flag of Lie
  5. Slave Your Mind
  6. On My Knees
  7. Katarsis
  8. Mass Control
  9. Betrayed Again
  10. Nightmares (Bonus Track)
8/10

postato da: PaulThrash alle ore 18:57 | link | commenti
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Recensione NEURASTHENIA

NEURASTHENIA - "Your Omen"

Neurasthenia - Your OmenEccoci alle prese con il ritorno discografico dei Neurasthenia; secondo album per la band emiliana, "Your Omen", uscito in Aprile per la My Graveyard Productions e disponibile in due edizioni, una su supporto digitale e l'altra su vinile, grazie alla collaborazione con Jolly Roger Records (da segnalare anche la ristampa del primo full length, "Possessed", uscito nel 2007 per la UK Division Records). Secondo capitolo che non mostra una vera e propria evoluzione, a sottolineare come la band sia legata a sonorità tipiche degli anni '80 e sia interessata a riproporle in una chiave più moderna; come già con l'esordio, infatti, il quartetto esprime la volontà di "svecchiare" il proprio sound con inserti melodici similari a quanto stiamo ascoltando con la NWOAHM (acronimo di New Wave Of American Heavy Metal), ed ancora una volta questa caratteristica è delineata in primis dai ritornelli proposti, che il più delle volte si discostano dai canoni del thrash tradizionale per strizzare l'occhio a modalità compositive più attuali.
Ciò non toglie che le basi siano saldamente ancorate alla matrice americana originaria, velata di quel sapore power thrash per l'abuso (assolutamente non in senso dispregiativo, né negativo) della melodia all'interno di tutte le composizioni, specialmente per quanto riguarda chorus di facile assimilazione fortemente improntati sugli intrecci chitarristici delle due asce Neil e Phil.
Sono 8 i brani che si susseguono, oltre una intro ed un outro, per un totale di 38 minuti, minutaggio che non rischia di annoiare e nemmeno lascia un boccone amaro in bocca per la breve durata; il breve arpeggio iniziale decade in tempi brevi per dare spazio alla titletrack, posizionata in partenza, e figlia dello stile dei nostri, che ancora una volta e come già sentito in "Possessed", affidano tutto alla forte dose di arrangiamenti, addentrandosi in lidi power americani, discorso valido anche per "Go Fuck Themselves!!!", che tuttavia presenta inoltre le classiche strutture compositive del thrash. Più variegata "Church of Tomorrow", con costruzioni sonore che si differenziano e si fondono col power thrash della band, mentre "Filthy Lucre" è decisamente più inquadrata, sempre basando la sua "fortuna" sulle due chitarre ottimamente armonizzate. "Liar #1" prosegue il discorso incentrandosi su un mid tempo intramezzato da cavalcate metalliche, ma ci pensa "No Politics" a ritornare sul percorso già tracciato, con un refrain che lascia intendere dedizione anche alla scena speed metal mondiale. La successiva "Thrash is Back in Town" lascia spiazzati poiché, anche se l'intenzione è ancora una volta rendere il giusto merito ad un genere bistrattato per troppi anni, non ci riesce in pieno, risultando inferiore, per la mancanza dello stesso livello di ricercatezza, alle altre composizioni; prima del finale, c'è ancora tempo per "I Hate My Family", sullo stile delle precedenti, che chiude in bellezza un cd che si lascia assaporare dall'inizio alla fine.
Il prodotto presenta una qualità di registrazione al di sopra della media, ed il mastering effettuato presso il rinomato Fear Studio di Ravenna permette alla band di confezionare un cd al passo coi tempi e comunque non di certo dilettantesco.
I miglioramenti si sentono, ed a fianco di un songwriting più maturo e ricercato, anche l'arrangiamento dei brani diventa capace di presentare in una veste originale brani che appartengono di diritto agli anni d'oro del thrash metal, ora riportati in auge dal revival in corso. Il livello dei musicisti è molto buono, in particolare il drumming di Steve Rivolta (da poco non più parte integrante della formazione, a seguito dell'uscita dell'album), sempre capace di offrire la miglior soluzione e mai banale o scontato come troppe volte accade per altre uscite similari a quanto proposto dai Neurasthenia.
In sostanza un ritorno che viene a posizionarsi di diritto nelle uscite interessanti della scena tricolore; speriamo che insieme alle altre band di cui è forte la nostra penisola, anche per i Neurasthenia vi sia un futuro tinto di quel minimo (purtroppo) di successo che la nostra scena può offrire. Enjoy!

TRACKLIST:
  1. Intro
  2. Your Omen
  3. Go Fuck Themselves!!!
  4. Church of Tomorrow
  5. Filthy Lucre
  6. Liar #1
  7. No Politics
  8. Thrash Is Back in Town
  9. I Hate My Family
  10. Outro
7,5/10
Links d'interesse: http://www.myspace.com/neurastheniaband, http://www.neurasthenia.it
postato da: PaulThrash alle ore 18:55 | link | commenti
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Recensione ALEPH

ALEPH - "Seven Steps of Stone"

Aleph - Seven Steps of StoneInutile negarlo, non sono e non sarò stato l'unico individuo ad attendere il ritorno discografico del quintetto lombardo (attualmente sestetto, dopo l'ingresso alla voce di Paolo Distefano, con Dave Battaglia che decide di dedicarsi esclusivamente alla sei corde), e devo dire che in parte le aspettative riposte nella seconda fatica discografica non si sono rivelate vane. In parte, forse perché offuscare la magnificenza di brani come "Mother of All Nightmares", o l'onirica e sognante "Depths" non era impresa facile, e per il sottoscritto il compito non è stato portato a termine del tutto, seppur anche con questo "Seven Steps of Stone" il livello del songwriting si è stabilizzato su alti livelli, sempre in bilico fra quei tre generi che continuano ad orbitare intorno al nome degli Aleph. Atmosfere dark, soluzioni thrash denotate da sfuriate che intervallano momenti più ragionati, ed un lato progressivo che si esplica in molte ritmiche e grazie all'ancora ottimo lavoro di arrangiamento da parte del tastierista Giulio Gasperini.
Anche questa volta, gli Aleph non si sono dati limiti nella cura dei brani, ed i 57 minuti di musica suddivisi per soli otto brani sono sintomo di interesse per la propria proposta innanzitutto; la popolarità vuol essere conquistata con i propri mezzi e senza andare "contro natura", proponendo quelli che sono gli stati d'animo più reconditi nascosti nel proprio io ed infischiandosene delle mode e dei cliché che hanno preso piede oggigiorno. Insomma, una prova complessa ed alle volte difficile da digerire, ma allo stesso tempo entusiasmante e foriera di emozioni, nata dall'ascolto attento e ripetuto dei propri gruppi di riferimento, senza per questo mai scadere nella mera copiatura o sembrare troppo affine a brani già noti.
Inutile perdere tempo nel raccontare tutto quanto gravita intorno alla band, tutte le formazioni note che ha avuto modo di seguire e supportare e tutti i riconoscimenti ricevuti sino ad ora; la tecnologia permette di avere tutto ciò a portata di un clic... passiamo da subito a descrivere quello che si prova vivendo l'album (perché la musica va vissuta, non ascoltata e basta, soprattutto quando all'ascolto vuol seguire una critica della stessa, interessante o meno che sia).
Come già con "In Tenebra" (la cui recensione è presente negli archivi di Shapeless - nd Hellvis), l'intro viene affidato ad un brano ragionato e "raccontato" dalla voce narrante di Dave Battaglia, in cui le atmosferiche tastiere fanno da retroscena a quanto sta alla base di "The Cradle and the Blade", cui segue a ruota "Bringer of Light", che ancora una volta rimanda agli ormai "mitologici" Coroner (forse il motivo principale per il quale molti metalheads apprezzano e supportano la proposta degli Aleph), oltre che offrire un continuum con la passata produzione del quintetto, mostrando tutte le caratteristiche che lo hanno reso noto al panorama metal; da segnalare il vincente bridge dal fortissimo sapore thrash, nel quale è già possibile trarre sentore del solismo tecnico ma carico di pathos dell'ascia Lorenzo Fugazza. Quasi definibile come un mid tempo la successiva "The Voices From Below", sempre contornata da uno stuolo di intermezzi acustici, apripista a "Chimera", uno dei brani più interessanti del lotto, dall'atipico refrain malinconico che si lascia ricordare. Doom, solo ed esclusivamente doom a la Candlemass in "An Autumn Colder Than Winter", senza però disdegnare melodia e gusto, per poi gettarsi a capofitto in "Tidal Wave", 12 minuti di Aleph, perla del lotto, ascoltare per intendere (spenderei parole senza aver fatto trasparire nulla). "Epitaph Lies" vede il gruppo nuovamente su tempistiche più dure e veloci, un mix fra Rage e thrash di matrice teutonica, ed un forte lato black, personalmente poco interessante e capace di amalgamarsi in misura minima col resto della produzione. Conclude il tutto la strumentale "El Aleph", regalando altri otto minuti di musica ricercata e mai banale.
La sezione ritmica, costituita da Antonio Ceresoli al basso e Manuel Togni alla batteria (nonché principale songwriter), risulta compatta e capace di creare una base salda e duratura, sciorinando anche ottime doti tecniche e di arrangiamento.
Nel complesso, un ritorno che ancora una volta fa ben sperare per il futuro, non solo degli Aleph, ma del metal italico e della sua notorietà a livello mondiale; vedremo ora cosa sapranno regalarci con il terzo album, sempre una grossa sfida per quelle band che riescono a raggiungere questo importante traguardo, soprattutto quando sono più di dieci gli anni passati a calcare i palchi di tutta Italia senza smettere di credere nel proprio sogno, pur vivendo alti e bassi come accade anche nella più fantastica delle storie... Supporto!

TRACKLIST:
  1. The Cradle And The Blade
  2. Bringer Of Light
  3. The Voices From Below
  4. Chimera
  5. An Autumn Colder Than Winter
  6. Tidal Wave
  7. Epitaph Lies
  8. El Aleph
Link d'interesse: http://www.alephmetal.org
postato da: PaulThrash alle ore 18:52 | link | commenti
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Recensione KATEDRA

KATEDRA - "Ugnikalnis"

Katedra - UgnikalnisQuesta mancava all'appello... thrash metal cantato in lituano, sinceramente è la prima realtà con la quale entro in contatto. I Katedra poi non sono di certo gli ultimi arrivati, facendo risalire le proprie origini all'ormai lontano 1986! Ebbene sì, e dopo due lavori usciti esclusivamente su vinile e mai ristampati ("Mors Ultima Ratio" del 1989 e "Natus in Articulo Mortis" del 1992) ed un album ("III", 2006), giunge al contratto con l'etichetta indipendente Atra Musica Records per la produzione di "Ugnikalnis" (Vulcano) lo scorso anno. La band vanta una carriera ventennale non esente da difficoltà, ma sicuramente foriera di un numero elevato di concerti e riconoscimenti nella patria natia ed in generale nell'Europa dell'est, avendo fatto parlare di sé soprattutto a cavallo della fine degli anni '80 e l'inizio dei '90, con ottimi giudizi della stampa specializzata dell'epoca, che li accomunava alle band thrash metal più blasonate sia per perizia tecnica che per inventiva nel songwriting. Ciò non toglie che rimane abbastanza palese la scarsa conoscenza del combo lituano nei circuiti dediti al genere specificato, senza volersi basare ipocritamente solo sulla biografia allegata.
La proposta del quintetto (attualmente terzetto) è riconducibile al thrash metal anni '80, infarcito di moltissime soluzioni debitrici dell'heavy metal più puro ed intransigente; non ci sono incursioni nelle frange più moderne della proposta, solo una sana e selvaggia dose di metallo dei tempi che furono. La formazione conta strumentisti molto validi, e la performance (oltre che la qualità audio) è realmente al di sopra della media, lasciando ben sperare in una visibilità maggiore, visto il lodevole lavoro svolto; infatti, guardandosi in giro ed essendo un minimo legati alla scena underground, difficilmente si è incappati nel nome dei Katedra, merito probabilmente di una campagna pubblicitaria che non può competere con quella di etichette blasonate, oltre alla scarsa attenzione (che contraddistingue la maggior parte dei metalheads) verso realtà piccole, che non inventano nulla di nuovo ne' apportano migliorie alla scena metal, ma seguono "solo" il proprio istinto e mettono in pratica la propria passione.
Un album articolato in 10 tracce, per un minutaggio finale di 40 minuti, notevole per la proposta, che riesce a non stancare l'ascoltatore, segno che l'esperienza maturata in tutti questi anni di "praticantato" ha avuto gli effetti desiderati. Non si può propriamente parlare di varietà compositiva, ma sicuramente non a torto si può coniare l'appellativo "Katedra style"; c'è un filo conduttore che lega tutti i brani, e l'atmosfera si mantiene sugli stessi livelli per tutta la durata dell'album, senza avere alti e bassi per chi sa cogliere la cura nei particolari. Ogni composizione ha la sua "parte vincente", lato che manca a molte band attuali, che pur sfornando ottimi lavori in termini di resa sonora e tecnica, presentano un songwriting piatto e senza spunti realmente coinvolgenti. C'è sempre un rovescio della medaglia: in questo caso, chi attualmente non gradisce il ritorno a certe sonorità di due decadi or sono, non riuscirà a gradire quest'album, ma questo è un dato di fatto.
Preme citare quantomeno gli episodi migliori, a partire dall'apripista "Kariai Pagonys", thrash nella sua concezione primigenia, con una spiccata vena melodica nel refrain principale; "Baimês Akys" si pone a metà fra la cavalcata thrash ed il mid tempo, quasi a ricordare una gloria del metal americano, i grandissimi e tutt'ora attivi Metal Church. Stesso discorso per "Krachas", che a tratti rimanda ad una certa parte della discografia dei Metallica. Forte la venatura doom in ogni singolo brano, segno di un ascolto ripetuto del genere, che ha portato la band a riprendere e fare propri gli stilemi classici del genere; su tutti aleggia onnipresente lo spettro degli immensi Black Sabbath, e sarebbe difficile credere il contrario. L'esempio lampante è fornito da "Prarastas Rojus", ed il successivo brano strumentale (semplicemente "Instrumentalas") si muove verso gli stessi lidi. La grande propensione per la melodia trova ulteriore riprova in "Budelis Grįžta", rievocante i Megadeth di "Countdown To Extinction"; il capitolo discografico si chiude con la titletrack "Ugnikalnis", introdotta da una fantastica parentesi acustica, per poi proseguire sul cammino già tracciato in precedenza.
Non resta che sperare in una promozione più massiccia, perché è spiacevole entrare in contatto solo di striscio con realtà valide come i Katedra, che poco hanno da invidiare a band più blasonate (se rimaniamo in ambito underground), e che hanno dimostrato una ferrea volontà nel ritornare a calcare i palcoscenici (anche se della formazione originale rimane esclusivamente il cantante e chitarrista, Ricardas Laginauskas), oltre ad un "credo" saldamente radicato che li ha portati addirittura a realizzare due album dal 2006, non alla portata di chiunque... bravi Katedra, dall'Italia parte il mio applauso per voi, e mi auguro di sentire ancora parlare della band nell'immediato futuro! Supporto!

TRACKLIST:
  1. Kariai Pagonys
  2. Angelai
  3. Baimės Akys
  4. Kareivis
  5. Krachas
  6. Prarastas Rojus
  7. Instrumentalas
  8. Budelis Grįžta
  9. Natūrali Antra'n'ka
  10. Ugnikalnis
7,5/10

Link of interests: http://www.katedrainrock.com
postato da: PaulThrash alle ore 18:49 | link | commenti
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